Se blocanno la Global Sumud Flotilla, blocchiamo tutto - Intervista per Contretemps
Collettivo redazionale
Pubblichiamo un'intervista che abbiamo realizzato per Contretemps, che uscirà in francese nei prossimi giorni e che fa seguito alle riflessioni sulla giornata di sciopero del 22 settembre.
I giorni seguenti alla giornata del 22 settembre sono stati caratterizzati da un grande dinamismo, fino a quando la Global Sumud Flottilla non è stata fermata in acque internazionali mercoledì 1° ottobre. La sera stessa, immediatamente, migliaia di persone in svariate città sono scese per strada bloccando i principali snodi metropolitani. Come riassumereste quanto successo in quei giorni?
Spesso accade che le grandi giornate di lotta siano l’esito di un processo di mobilitazione, ma una delle particolarità dello sciopero del 22 settembre, al contrario, è stata la consapevolezza diffusa che si trattasse di un’apertura e non certo di una chiusura. Il motivo principale è che uno dei decisivi punti di innesco della mobilitazione (come abbiamo discusso nella precedente intervista) è stata la Global Sumud Flottilla, che era ancora in mare il 22 settembre e nei giorni successivi. Circolava dunque l’aspettativa per quella che veniva chiamata “l’ora X”, ossia il momento in cui la Flottilla sarebbe stata bloccata dall’esercito israeliano e in cui dunque ci sarebbe stato un nuovo momento di piazza. Un po' tutte le iniziative post-22 settembre, dunque, sono state definite da quell’attesa, in un clima politico generale surriscaldato e in cui anche l’opposizione parlamentare e il sindacato confederale della CGIL erano partiti alla rincorsa della movimentazione espressa dal 22. I principali media mainstream riportavano di continuo le notizie, e il Governo minacciava ritorsioni in caso di convocazione di un nuovo sciopero generale.
L’ora X è arrivata, in modo abbastanza inaspettato, mercoledì primo ottobre. Ci si attendeva un attacco notturno alla Flottilla, invece il blocco è scattato appena dopo il tramonto e dunque già dal tardo pomeriggio in tantissime città sono state convocate manifestazioni serali. Lo slogan “Blocchiamo tutto” ha funzionato nuovamente come terreno unificante della mobilitazione, che ha visto scendere in piazza nel giro di un paio d’ore decine e decine di migliaia di persone in tutta Italia, con cortei di massa che hanno in più contesti bloccato la viabilità urbana. In contemporanea, nonostante le minacce governative, il sindacalismo di base e la CGIL (gli altri sindacati confederali, CILS e UIL, non hanno aderito) hanno confermato per venerdì 3 un nuovo sciopero generale per la Palestina. Un elemento davvero inedito, sia per il tema (uno sciopero di solidarietà internazionalista), sia per la successione di due scioperi generali così ravvicinati, sia per la composizione della convocazione (sindacalismo di base e CGIL insieme). Si iniziava a visualizzare la possibilità di una mobilitazione “non-stop” che dal mercoledì sera conduceva direttamente alla manifestazione nazionale di sabato 4 ottobre a Roma – convocata da tempo dalle sigle palestinesi, ma che era venuta assumendo altre caratteristiche molto più ampie. Tutto non scontato e pieno di incognite.
Già dalla mattina del giovedì la mobilitazione è ripresa, con numerose scuole e università bloccate o in occupazione, cortei, nuovi blocchi. La sera del giovedì ancora manifestazioni (con numeri ridotti rispetto alla sera precedente sull’onda emotiva del blocco della Sumud, ma comunque di massa e sorprendenti considerando che la mattina del venerdì ci sarebbe stato lo sciopero). Ancora una volta cortei, blocchi, e in alcune città al repertorio delle pratiche di mobilitazione si è aggiunta anche la forma-riot, con scontri notturni durati a lungo.
Roma
Venerdì 3 invece vi è stato uno sciopero generale per la Palestina lanciato dai sindacati, CGIL inclusa. Quali sono i dati salienti della giornata a vostro avviso? E che cosa l’ha contraddistinta rispetto al 22?
Un elemento di assoluto rilievo è che la partecipazione ha abbondantemente ecceduto quella già prorompente e inattesa del 22. È stato un crescendo che ha unito indignazione etica, una sensazione di possibilità di contare effettivamente scendendo in piazza, un clima politico polarizzato, il diffondersi di un contagio sociale, un malessere sopito e diffuso che ha trovato una possibilità di manifestarsi, e tanto altro ancora… Sta di fatto che le piazze hanno straripato ovunque. Non solo bloccando porti, aeroporti, interporti, tangenziali, autostrade, non solo riempiendo spesso all’inverosimile le strade delle città grandi e medie, ma – elemento da sottolineare – determinando mobilitazioni inedite in molti contesti di provincia, di città medio-piccole, con numeri inauditi e pratiche radicali. A fine giornata si parlava di due milioni di persone scese in piazza, ma i numeri contano fino a un certo punto. Lo sciopero, come ricordato, era indetto dal sindacalismo di base e dalla CGIL, certo presenti nelle piazze, ma la natura dei cortei non era quella sindacale tradizionale - come già negli scioperi femministi degli ultimi anni e considerando la composizione sociale larga scesa in piazza, da indagare anche per quel che riguarda il suo rapporto con il lavoro. L’elemento che ha spiazzato è stato poi nuovamente quello della radicalità, della determinazione, della trasversalità della composizione di piazza, e la conferma di un protagonismo di giovani e giovanissime che hanno spesso preso la testa dei cortei indicando e praticando obiettivi di blocco o forme di autodifesa. In molte città sono state organizzate due manifestazioni durante la giornata del 3, una al mattino e una nel tardo pomeriggio, facendo registrare non solo numeri impressionanti, ma anche il desiderio di stare nelle strade in maniera continuativa. Ci sono alcuni rimandi all’ondata transnazionale di proteste della cosiddetta “Generazione Z” che si sta muovendo da qualche mese in numerosi contesti soprattutto asiatici, in Marocco e in Madagascar. Forse è presto per poter affermare un legame transnazionale, ma è una dimensione che va comunque considerata, oltre al fatto che siamo di fronte a uno sciopero generale come mai era riuscito da decenni e decenni a questa parte. Qualcosa su cui bisognerà ragionare ancora. Quello che si può però affermare è che l’intuizione sviluppata da persone come Ilan Pappé che legge quanto sta si definendo come uno scontro tra una Palestina globale e un Israele globale trova una sua conferma in quanto avvenuto in Italia.
Sabato 4 poi un milione di persone sono scese in piazza a Roma, manifestando pacificamente, come sottolineato dai media mainstream, per le vie della capitale. Che bilancio si può trarre da questa giornata? Quali sono stati i suoi limiti e il suo potenziale?
Una giornata che può essere letta in tanti modi: forse è passato ancora troppo poco tempo per poterne fare un bilancio lucido e approfondito. Di fronte alla marea in piazza, forse la chiave di lettura più interessante non è quella che distingue una piazza pacifica e una conflittuale (cosa su cui invece si sono concentrati molto i media e i partiti nei giorni successivi). La prospettiva che probabilmente può essere più utile da assumere è quella dello scarto che quella piazza ha evidenziato tra le forme organizzate e la composizione sociale del corteo. Si è a lungo parlato, e a ragione, di una crisi della rappresentanza, che da tempo coinvolge partiti e sindacati. Ma forse questa crisi, pur in forme diverse e non legate alla rappresentanza stessa, coinvolge anche le realtà “di base” e autorganizzate. C’è chiaramente da dire che la velocità con la quale si è sviluppata questa mobilitazione ha spiazzato un po’ tutti. Al contempo, l’impressione è che di fronte a questo elemento inatteso i corpi politici organizzati abbiano per lo più reagito ripetendo le proprie ricette più che mettendosi in ascolto della piazza e delle sue pulsioni e tensioni. Sia chiaro: questo vale per la giornata nazionale del 4 ottobre a Roma, nei territori si sono invece verificate diffusamente dinamiche molto differenti ed interessanti. Ma sabato a Roma in piazza la sensazione è che ci fossero come due o tre cortei che si muovevano assieme ma con correnti distinte. Gli spezzoni organizzati vedevano in testa le realtà palestinesi, a seguire il sindacalismo di base e partiti e collettivi studenteschi di area marxista-leninista di varia estrazione, seguivano uno spezzone di centri sociali e di collettivi antagonisti e anarchici. Era presente un piccolo spezzone di Non una di meno, per lo più assenti realtà ecologiste organizzate, ormai totalmente rifluite, e piccoli spezzoni di associazioni gravitavano in questa corrente. Tuttavia, attorno, di fianco, dietro e davanti a questa corrente fluiva la gran parte del corteo, in qualche modo non incanalata in quelle forme. Per le realtà organizzate la sfida è chiaramente quella del provare a cogliere questo momento per sperimentarsi e trasformarsi. E ci auguriamo che si possa fare uno scarto in avanti nel pensarsi come un ecosistema in movimento che valorizzi le differenze invece che provare a imporre un’unica matrice. Anche questo è un elemento sul quale andrà approfondita la discussione per rilanciare un potenziale trasformativo del landscape delle organizzazioni italiane.
Che fase si apre dopo la sequenza che va dal 22 settembre al 4 ottobre? Aldilà delle piazze italiane di queste ultime due settimane, il genocidio in Palestina continua e il piano-Trump, con la sua impronta eminentemente neo-coloniale, sta avanzando… Credete che tale mobilitazione abbia la forza e la capacità di impiantarsi nei territori e di riprodursi nel tempo?
Impossibile rispondere a questa domanda, quel che è certo è che questo è il piano attuale della sfida. Stiamo parlando di una mobilitazione complessa, inedita, legata a doppio filo con quanto avviene a Gaza, nel Mediterraneo, e potremmo dire “nel mondo”, come giustamente rilevate parlando di Trump. Ciò che crediamo sia evidente è che quanto succederà rispetto al piano-Trump avrà un rilievo, così come non possiamo escludere che una tregua a Gaza possa indurre a una smobilitazione – e comunque alimentare discorsi in questo senso. Altrettanto evidente è che non esistono linearità possibili, non si passa dal “Free free Palestine” delle ultime settimane a una mobilitazione nei territori attorno ad altre parole d’ordine per un atto di volontà delle soggettività organizzate. Dopo la “rivolta etica” delle scorse settimane e dopo avere assunto la bandiera palestinese come orizzonte di liberazione complessiva, articolare tale terreno con una continuità, una territorializzazione e una condensazione quotidiana delle lotte, un rilancio delle mobilitazioni di massa e dei blocchi, non è scontato. Anche se sicuramente l’energia accumulata è tanta e difficilmente si dissiperà a breve.
Quello che si può fare è aprire delle domande e cercare di apprendere in via preliminare qualche insegnamento dalla mobilitazione, oltre che praticare un’inchiesta a caldo dentro la mobilitazione. Indubbiamente una breccia si è aperta nel “regime di guerra” e contro il governo della destra sovranista. Espanderla sarà il compito, partendo da alcuni elementi: - una nuova composizione sociale che si è affacciata alla politica e che sente di avere contato; - l’importanza della pratica dello sciopero generale come vettore di ricomposizione, elemento che potrebbe diventare il volano per un nuovo passaggio della mobilitazione; - un metodo politico che è stato capace di creare mobilitazione non a partire dal “condividere un discorso” (cosa che ha frantumato i movimenti e “la sinistra” negli ultimi tre anni) ma dall’individuazione di controparti condivise; - la possibilità di tenere insieme internazionalismo e iniziative diffuse e localizzate, il che pone tra l’altro la questione essenziale dell’espansione e dell’articolazione del movimento al di fuori dei confini nazionali.
Sono evidentemente solo appunti veloci in un contesto estremamente mobile. Non mancheranno certo nel prossimo futuro le occasioni per continuare a parlarne, anche proseguendo il dialogo tra Teiko e la Francia, per avviare discussioni che eccedano i perimetri nazionali.
Bologna